Gaza, un territorio di 365 chilometri quadrati e 2 milioni di abitanti, è sotto l’inflessibile, e spietato, controllo militare di Israele. Scientemente il Governo di Tel Aviv tende a colpire i pochi settori produttivi palestinesi rimasti in piedi: la pesca, fonte di sostentamento per tante famiglie, è resa inaccessibile sull’85% delle aree marittime; i terreni agricoli sono attraversati da reticoli e recinti con filo spinato, muri e trincee sono controllate a distanza da cecchini infallibili; i pattugliamenti dei cingolati distruggono ogni cosa ovunque transitino. Nel 2006 Israele ha reso inutilizzabile l’unica centrale elettrica ora malfunzionante anche per la carenza di carburante.

L’embargo colpisce l’assistenza sanitaria, l’ospedale al-Shifa ha molti apparati fuori uso, scarseggia di medicinali e letti, mancano cure adeguate ai malati di cancro, e non solo; gli interventi chirurgici non garantiscono la dovuta sicurezza.

Gaza, dal punto di vista politico è in profonda crisi, la popolazione ormai sfiduciata. In tanti non credono più nei vertici dell’Autorità Palestinese guidata da Mahmud Abbas leader di Fatah accusato di trascurare il suo popolo.

Da più parti si invoca la convergenza tra le due rappresentanze politiche del popolo palestinese: di Hamas e Fatah si auspica la convergenza con obiettivo un unico Stato di Palestina, dalla Cisgiordania a Gaza. le Monde diplomatique – settembre 2019