La mancanza di una politica comune europea per la difesa dovrebbe condurre alla ricerca del coordinamento di iniziative nazionali per approdare alla creazione di un fondo europeo in grado di finanziare progetti industriali che coinvolgano più Stati.

L’Europa, anche se sono passati 30 anni dalla caduta del Muro e di quello che poteva essere considerato l’ostacolo più alto per la pace nel Continente, è carente di una vera politica per la sicurezza: con difficoltà causate da dirigenti e politici che vivono uno stato di soporosa letargia, il Vecchio Continente cerca di sviluppare idonei strumenti militari e tecnici.

Negli ultimi decenni si è riusciti nell’intento di mantenere la pace, nonostante la tragedia Jugoslava. La strategia per la sicurezza europea, in particolare i sistemi di intelligence, messa alle strette nei recenti anni da violenze armate del terrorismo islamico, non ha funzionato: inoltre, in un periodo molto breve nessuna nazione europea sarà in grado di entrare da sola in un teatro bellico e di garantire in modo autonomo la durata dell’intervento.

Piani come “Artemis”, condotto nella Repubblica Democratica del Congo del 2003, o “Atalanta” del 2008 nell’Oceano Indiano, oggi non sarebbero più realizzabili per carenze strutturali. Per far fronte alle molteplici criticità, occorre raggiungere una convergenza nelle dottrine di impiego anche attraverso la formazione di un Eurogruppo Difesa, che abbia come fine una cultura strategica comune, primo passo verso un modello unico che impegni forze politiche e militari valorizzando le specializzazioni dei diversi Paesi. le Monde diplomatique – luglio/agosto 2019